Furturè

 

Furturè è un piccolo gioiello nel panorama della canzone classica napoletana, una vera chicca! Fu scritta nel 1894 dal poeta, nonché maestro elementare, Pasquale Cinquegrana (lo stesso autore della più famosa ‘Ndringhete ‘ndrà). Per i non napoletani è bene precisare che il termine “Furturè” altro non è che il vezzeggiativo del nome femminile Fortuna. I versi di Cinquegrana sono freschi, genuini. Una testo ardito per quei tempi, con una carica velata di sano erotismo. Sono le grazie di questa bella ragazza di nome Furturella ad ispirare gli incessanti apprezzamenti del passionale spasimante.

 

Ai fianchi, stretti quanto una bocca!

Alle labbra, che sembrano uno “schiocco” di rosa. Chi sarà il fortunato al quale toccheranno?

Alla bionda treccia, che fa impazzire solo guardandola.

E poi il doppio senso, l’allusione, che però è ancora lieve (siamo solo nel 1894):

Che dice, che faje? Che pienze… mma daje?

 

Questi ultimi versi ricordano, anticipandoli di circa sessant’anni, quelli di una famosissima macchietta scritta nel 1953 dal grande Pisano: La Pansè (… me la dai la tua pansé ?)

 

Furturè fu musicata da Salvatore Gambardella, un personaggio a dir poco straordinario: il più illustre rappresentante di una generazione di compositori napoletani che creavano melodie senza conoscere la musica. Gambardella era uno di questi: componeva fischiettando! Al momento. Di getto. Così facendo, però, creò le melodie di alcune delle canzoni più belle di tutti i tempi.

 

Quella per Furturè fu apprezzata da grandi personaggi della musica classica del tempo. Pietro Mascagni, il celebre compositore e direttore d’orchestra livornese, ne rimase estasiato al punto da affermare: “Nessun musicista al mondo ha risolto in maniera tanto ardita una scala semitonale come l’incolto popolano che ha fatto il ritornello di Furturè”

 

Giacomo Puccini era un grande estimatore di Salvatore Gambardella. Parlando di Furturè disse: “la canzone ha una progressione musicale discendente degna del più grande musicista classsico”.
Anche in considerazione dello stato di indigenza in cui versava il musicista napoletano, Puccini volle regalare a Gambardella un pianoforte. E gli consigliò di studiare la musica. Ma Gambardella continuò a comporre come aveva sempre fatto – per fortuna! Chiuso in una stanza e con lo sguardo rivolto sui tasti di un pianoforte, di certo non avrebbe mai potuto comporre quella gioiosa cascata di note che prelude al ritornello di Furturè!

 

 

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